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La storia triste, e comune, di "Un borghese piccolo piccolo" e un grande Massimo Dapporto

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VITERBO - Si è aperta con il talento di Massimo Dapporto la stagione teatrale dell'Unione, organizzata dall'Atcl per conto del Comune di Viterbo. Applausi infiniti hanno salutato, al termine, l'impeccabile performarce dell'attore e dell'intero cast, sul palco nel difficile compito di presentare la trasposizione teatrale del romanzo di Cerami, "Un borghese piccolo piccolo", che tutti ricordano come straordinario film con Alberto Sordi.

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La prima difficoltà era proprio quella di superare la grande forza emotiva della pellicola, proponendo una versione più snella ma altrettanto intensa. Un onere spettato al regista, Fabrizio Coniglio, che ha saputo catalizzare l'attenzione del pubblico sulla storia, dividendo la scenografia in tre spazi sempre in vista, con gli attori fissi in scena, a prescindere dallo sviluppo del racconto, illuminato via via dalle luci.

Nasce così il viaggio nell'Italia degli anni '70, ma potrebbe essere tranquillamente quella di oggi, con il sogno del posto fisso, l'ostentazione del "diritto" di ottenerlo, la ricerca della scappatoia, la più classica delle raccomandazioni. Una storia infinita che rende umano, addirittura simpatico il protagonista, un borghese piccolo piccolo in cui immedesimarsi, in lui e nei componenti della sua famiglia, alla fine così normale.

La danza di gioia intorno al tavolo, con le pastarelle al centro, e l'esaltazione del divino foglio con il compito d'esame da imparare a memoria diventa un momento felice, quasi condivisibile e avallabile. Si arriva a pensare "fortunati loro, che bravi", senza pensarerendersi conto, nemmeno un attimo, che quel foglietto è alla base del malcostume italiano, e forse non solo.

E' davvero condivisibile la gioia della famiglia Vivaldi, anche se dura poco, perché il canovaccio si sviluppa in dramma: la pianificazione del concorso, con adesione alla fratellanza massonica per avere il giusto aiuto, nulla può di fronte al caso, quella serendipity che ti fa essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Il giovane muore tra le braccia del padre, colpito nello scontro a fuoco di una rapina, facendo precipitare la famiglia nel dolore, specie la madre, che non sopporta il colpo e lo lascia definitivamente solo.

E come una cambiale scaduta, chi aveva aiutato, cinicamente, ricorda il dovere, il ricambio elettorale, "perché alla fine mica è colpa nostra se le cose sono andate male", ricordano al padre affranto.

Cosa rimane a quel borghese piccolo piccolo? La vendetta, esercitata con un cinismo che va oltre ad una giustizia di cui non ci si fida, e che bypassa mentendo al commissario. Un sadismo che secca l'animo del protagonista, evidente mentre racconta alla moglie, ormai persa nel suo mondo, come fosse stato così bello fare il cruciverba mentre l'assassino di suo figlio giaceva morente ai suoi piedi.

L'urlo finale, quel "così" sincopato ripetuto alla noia da Massimo Dapporto, è il vero colpo allo stomaco, che risveglia gli animi e fa pensare, facendo andare oltre a quel gesto di vendetta di un uomo che rimane comunque solo.

Applausi infiniti per tutto il cast, per un atto unico che ha davvero lasciato senza parole.

Teresa Pierini