Un recente ritorno al passato, la famiglia francese ha infatti acquistato il castello nel 2019, che riporta i transalpini dove in pieno Ottocento dominò per lungo tempo una dinastia francese, i Montholon-Semonville, il cui personaggio più famoso fu Charles-Tristan de Montholon, che condivise l'esilio di Napoleone a Sant'Elena e ne fu l'esecutore testamentario. Gli eredi di Jean-Tristan possedettero il castello fino al 1970.
L'atmosfera resta intatta ed è possibile respirare ogni attimo di storia vissuta tra le mura, che nella piazzetta finale del paese accolgono il visitatore con l'immagine della dimora nobiliare, che prosegue in ogni stanza, alcune di richiamo medievale, risalenti alle origini del XII secolo, altre rinascimentali, tra quadri e busti ereditati dall'espansione Cinquecentesca, mentre lo spettacolo della natura si apre dalla loggia che mostra la meravigliosa vallata dei Calanchi.
Una magia che sabato e domenica si è immersa nella storia grazie ai due appuntamenti realizzati dai proprietari insieme alla pro Loco Sipicciano, dove sono presenti altre dimore Baglioni, e la pro loco di Civitella d'Agliano, con la presenza di alcuni volontari coinvolti nel corteo (nella gallery è possibile sfogliare le foto dei vari momenti).
Dal pomeriggio tutto l'ambiente riporta al Cinquecento, le scuderie, completamente ristrutturate, sono già allestite per ospitare il banchetto nuziale, con sottopiatti riportanti lo stemma di famiglia; nel castello tutti sono intenti ad indossare gli abiti storici, da quelli già utilizzati in passato ai nuovi, a quelli della famiglia Baglioni, signori di Castel di Piero (nome del castello fino al 1726). Sei mesi di lavoro supervisionati dalla storica del costume Elisabetta Gnignera e realizzati dalle sapienti mani di Jeanna Fotu, titolare dell'omonimo istituto di moda.
Intanto fuori si raduna un folto gruppo di persone, tanti abitanti di San Michele pronti ad immergersi nella storia che fece grande il borgo, alcuni turisti, molti francesi coinvolti da Philippe e Cécile.
E' il momento della cerimonia, che è stata curata con la consulenza storica di Claudio Mancini e la collaborazione di Stefania Profili. Siamo presumibilmente nel 1567 ed è il notaio capitolino Prospero Campana ad accogliere la famiglia capitanata da Alberto Baglioni che esce con la moglie Diana Monaldeschi (interpretati dai padroni di casa), seguono gli sposi Ottaviano e Virginia Baglioni, quest'ultima figlia di Pirro I Baglioni e Caterina di Galeotto Medici, entrambi già scomparsi. La cerimonia si svolge in pubblico, come disposto, da allora ad oggi, con il Concilio di Trento, e alla presenza da testimoni per una chiesa garante del libero consenso e della regolarità, scelti nella figura della sorella della sposa, Giulia Baglioni con il marito Alfonso Marescotti e la sorella dello sposo, Francesco Baglioni con il marito Francesco Orsini.
La corte si incammina lungo il ponte che porta verso il paese, annunciata dal tamburino per poi tornare verso il castello dove il notaio celebra il matrimonio, poi benedetto dal parroco. Gli sposi sono cugini e riescono a convolare a nozze solo dopo aver avuto il benestare dello zio e la dispensa papale.
E' il momento della festa, anticipata dall'applauso della folla e dalla spiegazione degli abiti da parte di Elisabetta Gnignera, che ne descrive la moda del tempo, mutuata da quella spagnola, con i colori della casata, a loro esclusivo utilizzo, al massimo concessi a famiglie particolarmente vicine. La sposa indossa una catena che contiene paste odorose, molto famose al tempo, lo sposo ha pantaloni con tagli, mentre alcuni invitati sono in nero, colore ritenuto particolarmente elegante.
Il corteo si sposta nelle scuderie per il banchetto, con la famiglia nel tavolo centrale, e gli invitati davanti, tra persone in costume, amici e visitatori che hanno scelto di trascorrere con i "Baglioni" questo momento celebrativo. Anche il menù è stato individuato secondo le usanze rinascimentali, con utilizzo di uova, cacciagione, verdure, zuppe, carne di maiale, spezie, per chiudere con le tradizionali ciambelline al vino e i morselletti, gli odierni tozzetti, tutto accompagnato da vino del luogo e acqua "della fonte".
Una prima edizione che ha davvero colto nel segno, complice un luogo ancora fortemente legato alla tradizione e un'organizzazione impeccabile che è proseguita anche nel concerto della domenica. Due giorni di festa che saranno ripetuti e segneranno sempre di più la comunità di San Michele in Teverina.
Teresa Pierini e Anselmo Cianchi