VETRALLA - La presentazione de "I diari del Provinciale", nell'ambito della Piazzetta Letteraria "Pane e racconti", è un vero viaggio nell'anima di Federico Quaranta, che svaria dal programma alla sua vita, e ancora dall'odio-amore per Genova alla forza di nonno Bartolomeo, costretto a lasciare le Langhe per andare in guerra in Russia, fino alla sua personale interpretazione del Bel Paese.
Un vero e proprio show, presentato dal direttore artistico Riccardo Deiana e moderato da Giulia Marchetti, che inizia sul personale: "Il libro è come un figlio, e io ne ho tre, innanzitutto Petra, poi Il provinciale, di cui sono ossessionato, e infine questo libro, altra ossessione pura. Figlio di professoressa - confessa - nipote di maestra, ho tre sorelle laureate in lettere, e poi ci sono io, fonte di preoccupazione, lo scapestrato di casa.

Non capivano che tutto dipendeva dal mio entusiasmo e dalla mia curiosità, ma immaginate quando ho annunciato che avevo scritto un libro. Non avevo però dimenticato l'insegnamento di mamma, che è sempre stato 'avere rispetto del pubblico e per l'italiano', che va usato bene. Per questo ogni capitolo parte con un sostantivo, lo spieghiamo e lo dimostriamo applicandolo ai territori".

Dal libro ai suoi esordi teleivisivi, con un inizio forlgorante fino al dramma dell'esclusione dal programma: "Son partito da Linea Verde, il massimo per chi fa questo lavoro, un grande successo televisivo di Rai Uno. Il mio approccio è stato subito partecipativo - precisa Quaranta - perché venendo dal mondo agricolo ho sempre voluto agire in prima persona, che fosse mungere una mucca o spalare letame. Andavo talmente bene che mi hanno tolto il programma, nonostante il contratto e l'ottimo share mi dicono 'non vai più in onda' e vengo sostituito. Dovevo lavorare, stava per nascere Petra e con il gruppo abbiamo deciso di puntare sulle persone. Proponemmo la nostra idea al direttore di Rai Due, gli piacque, aggiunse l'idea del cane e insieme pensiamo al titolo. Subito furono scartati quelli che piacevano a me e lui propose 'Il provinciale', che a me non piaceva affatto, ma era il direttore e mi convinse che era quello giusto per andare a rileggere la provincia. Meglio che nulla accettiamo, anche l'orario, le 15 di domenica, una vera impresa. Iniziamo a lavorare e scopriamo che è bello raccontare quella parte 'buia' della Nazione, che la gente vorrebbe abbandonare mentre noi la preferiamo".
Nasce così Il provinciale, da un licenziamento e la necessità di lavorare, merito però di idee, progetti e soprattutto uno stile che nessun altro aveva presentato in tv, diventato poi il successo che ora tutti riconoscono.
Abbandona il filo conduttore del libro per raccontare la società: "L'attuale problema sono gli smartphone, il grande disagio è avere il proprio orizzonte lì dentro. La società è divisa tra chi lo usa per mostrare la propria bella vita, spesso ripetuta,e da chi guarda le stesse cose con odio. Una maledetta scatoletta retroilluminata" precisa amaro.
Giulia lo coinvolge poi su una nuova parola del libro, restanza: "Vuol dire coraggio, amo Genova ma ci stavo male, tra genovesi non si parla, non si ride e si lavora solo o la si sceglie per svernare da pensionato. L'ho lasciata e mi dicono che ho avuto coraggio. ma per me è coraggioso chi resta e continua a scegliere queste colline. Sradicamento e spaesamento fanno vivere male, ma non è detto che sia giusto il luogo dove si nasce. Sogno sempre e al mattino provo a realizzarli, un uomo senza sogni è un uomo finito, i sogni danno speranza, magari si sbaglia ma errare vuol dire sbagliare ma anche muoversi, l'errore è riflessione per mettersi in discussione".
Torna ragazzo, quasi bambino per paragonare l'infanzia odierna: "Abbiamo eliminato la sofferenza ed è un male, nell'errore i tagazzi si ingegnano per superare le difficoltà. Le mie elementari e pure le medie sono state la strada ed ho vissuto l'ostilità, aprendomi alla conoscenza attraverso la curiosità, acquisendo cultura mentre crescevo".

Si alza, sente forte la voglia di dare un messaggio e lo fa su un palco incastonato tra il Palazzo comunale e il Duomo, con intorno un centro cittadino ancora immerso nella storia: "La piazza é il motivo per cui l'Italia è il Paese più bello del mondo, ma non lo diciamo solo noi, infatti ci chiamano il Bel Paese. Ho provato a capirne il motivo, chiedendomi 'sarà per le montagne?' Ma le hanno anche gli altri, che sono più alte e belle. I fiumi... avete visto il Po? Osceno e non paragonabile ad esempio al Nilo. La pianura? La Padana è antropizzata malissimo e fertilizzata con roba immonda. Le coste? Quelle si, ma chi vuole farci un complimento dice 'sembrano le Maldive', quindi via, nemmeno il mare. La cultura? Certo, Romani, Etruschi, Liguri... ma in Medio Oriente hanno avuto i Fenici, da cui abbiamo copiato tutto. Poi arrivo qui e trovo questi palazzi, botteghe, il mercato, gli artigiani, abbiamo le piazze e nessuno le ha, è per questo che siamo il Paese più amato. Ma tanto nelle grandi città questa magia ce lo siamo giocata, per fortuna qui e altrove si percepisce il senso della comunità, perché questo posto è mantenuto, tenuto per mano per camminare insieme, con pari dignità" conclude, mentre l'assessore Daniela Venanzi sorride e ringrazia.
Chiude raccontando una figura fondamentale: "Ho imparato tutto da nonno Bartolomeo, che ha vissuto le langhe. Va in guerra in Russia e la moglie resta sola con due figli, fino a quando non lo ha visto tornare, un puntino lontano che quasi non riconosceva. Per anni gli ho chiesto di parlarmi della Russia, mi rispondeva che la guerra non si racconta ai bambini. Poi una volta mi disse 'qui è peggio della guerra, tutti individualisti mentre io son tornato grazie all'unione tra i compagni, che in senso letterario significa persone con cui condividere il pane".

Un finale romantico che ha fissato nei pensieri di tutti i presenti il sottotilolo del libro "Luoghi, storie, persone dell’Italia più vera".
Anche per Federico, prima del firmacopie, l'omaggio della bag Vetralla Città incantata, consegnata dall'assessore Venanzi, e contenente le bontà enogastromiche del territorio.

La serata si è conclusa con la degustazione del maritozzo, proposto da Olivana Colageo che ha realizzato l'impasto davanti al pubblico presente, procedendo poi ad offrire i gustosi dolcetti preparati in precedenza.
Teresa Pierini e Anselmo Cianchi
